Trimestri, figli unici e non, convergono in questi giorni novembrini a rinsaldare il freddo umidiccio dell'autunno. Quello che ti entra nelle ossa per intenderci. Passo le vetrine senza vedere alcunchè. Lo sguardo vacuo. Siamo fuori dal primo tunnel, presti ad imboccarne un altro. Pare di andare a Sanremo, santoddio.
La cosa più bella e imbarazzante e sfiancante e intima che ho fatto negli ultimi cinque giorni, è stata leggere ad alta voce per una ora filata (dopo circa le dodici di lavoro). Dopo credevo di vomitare. Ci penso su. A tratti. Poi perdo concentrazione.
Che dire? Che lavorotanto? Va bene: lavoro tanto. Nel senso di tanto tanto. E mi chiedono : davvero? Come mai? Ecco...è così, ma basta chiederlo. Per adesso è così. Ripeto: basta chiederlo. E rompere i coglioni.
Poi c'è casa. Che dire? Che stanno male? Va bene: stanno male. Nel senso di tanto tanto. E mi chiedono ... niente. Non chiedono niente perchè è più facile, molto più facile, dispensare giudizi che ascoltare un minuto. O chiedere, appunto. O tacere.
Ecco un bel consiglio: tacere. Ah, che idea geniale tacere. Per adesso è così. Quindi: basta rompere i coglioni. A me. Non ho molto da fare, ma di sicuro di meglio che essere rotta i coglioni.
Poi, d'un tratto una vetrina mi richiama nel reale. Cita nientemeno che Chanel "E' il rischio che dà sapore alla vita". E penso: vero, eh?! Sai quanto sapore sta dando a me tutta sta esposizione a rischi? Meglio proprio tacere.
Intanto suona un telefono: "Hej, tzia Sora!"- "Hej gioia!". E' arrivata.
k